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l'onore nostro era oramai impegnato, - e per poco parve quietassero, ad ogni modo, pel momento l'ospedale fu salvo, e tale era il mio scopo, - più tardi nella notte lo occupavano gli austriaci. La lettera venne da me consegnata ad un giovane prete che volenteroso s'incaricava di farla avere possibilmente al suo alto destinatario, - ed è possibile che gli sia pervenuta, - ma io non ne seppi più altro (1).

(1)

Questo episodio si convertì due anni dopo in una buona avventura per me. Scrivo nelle presenti pagine delle reminiscenze , che naturalmente sono quelle d'un vivo, ma che diverranno memorie d'oltre tomba ; - invocata questa riflessione, mi si vorrà concedere il racconto dell'avventura.

Dissi già dell'intimità fraterna che dalla nostra infanzia passava fra me e Tito Speri. Ritornato egli dal Piemonte, dove era stato entusiasticamente accolto e fornito di un ispettorato governativo sulle scuole, fruiva dell'amnistia, cedendo ad una invincibile nostalgia che l'avea preso. - Insofferente di attesa cacciò coll'ingenito suo spirito intraprendente e coraggioso, nella cospirazione mazziniana. Riprendendo le sue abitudini, chè egli teneva scuola di ripetizione agli alunni del Ginnasio, io lo suppliva in tale ufficio nelle sue lunghe e ripetute assenze dalla città, e così continuava la nostra quasi convivenza.

Non è con ciò che io lo seguissi nella sua nuova fede politica, o partecipassi al suo lavoro, - lo serviva da segretario qualche volta, non avendo mai potuto persuadermi della intrinseca virtù della scuola della parte repubblicana, che in ogni per me aveva allora fatto il suo tempo, funzionando il parlamento nazionale a Torino, - ci dibattevamo con ogni vivacità, ma rimanendo io irremovibilmente un piemontese , come si diceva allora,- e ciascuno dei due, nella politica militante, si andava per la propria via.

La nostra amicizia portava necessariamente che lo Speri venisse di frequente in casa mia, come io frequentemente dimoravo in casa sua.

Accadde in una di queste soste che egli faceva nel mio domicilio, che incurantemente egli lasciasse nella mia stanza di studio fra lo spazio che divideva un quadro dal muro, alcune schede del prestito mazziniano, e più certi foglietti a stampa, in carta velina, specie di bollettini, che venivano dal Piemonte e dalla Svizzera, rivoluzionari a più non dire, e fra questi ve n'era uno, in varie copie, tutto sul conto del Radetzky, del quale straziava la reputazione con ogni specie d'insolenze e di ingiurie vere e proprie.

Eravamo nell'epoca delle frequenti perquisizioni domiciliari, ed io che aveva già avuto da non molto, per un funebre di un patriota, un Battaggia, qualche ammonimento dalla bocca stessa del generale Susan, governatore militare della città, - mi aveva discorso di fustigazione.., - sull'avvertimento anche di qualche nostro buon amico, aveva fatto in un giorno del febbraio 1851, un diligentissimo repulisti nelle mie stanze ed in particolare in quella di studio, abbruciando di molto ed altro nascondendo sotto le grondaje della casa.

Nella notte che seguì a quel giorno, alle due antimeridiane, e mentre io me ne stava in letto leggendo la storia del Reame di Napoli del Colletta, fu picchiato e ripicchiato al portone della strada; - si era annunciata la forza, con a capo un commesso di polizia, certo Cortese, il quale domandando di me, volle, senza più essere introdotto nelle mio stanze.

Non posso lagnarmi dei modi del Cortese, naturalmente egli faceva il debito suo. La perquisizione fu lunga, ma era andata bene, giacchè meno alcuni libri, vittime innocenti, come appunto il Colletta, che furono consegnati ai gendarmi, non s'era scoperto nulla di compromettente, - ed io che in assetto da notte, aveva assistito a quella funzione, mi compiaceva del felice esito delle mie diligenze epuratrici fatte nella giornata.

Stavano per andarsene i miei non graditi ospiti, quando un gendarme ficcò lo sguardo e poscia la mano dietro a quel quadro appeso al muro e ne trasse delle carte avvoltolate delle quali io ignorava l'esistenza. Il commesso Cortese prese tosto ad esaminarle, ed io ad adocchiarle del pari, quantunque ne ricevessimo ben diversa impressione. Furono subito lette e raccolte in plico chiuso a lacca con il mio suggello, e redatto analogo verbale, firmato dai convenuti, - io fui pregato dal Cortese a seguirlo e chiestomi, dopo essermi abbigliato, se poteva dispensarsi dall'appormi le manette, mi interpellò in qual carcere volessi essere rinchiuso.

Io gli dissi alle carceri del Carmine, perchè per caso conoscevo quel carceriere di nome.

Non dirò del mio processo, degli interrogatori che subii, - la mia unica difesa fu che aveva avuto il tutto dalla posta, che del resto io non era affatto repubblicano, ma che aspiravo alla indipendenza del mio paese, sotto la dinastia di Casa Savoja, - e tanto fu consegnato in verbale.

Accennerò solo che mio padre, mia sorella, gli amici, ed una conoscente di mia sorella, figlia al Comandante l'arsenale di Brescia maggior Strobach, si diedero tutti la maggior cura per trarmi possibilmente fuori dal grosso guajo che mi minacciava davanti alla corte marziale.

E un giorno, era nelle ore pomeridiane, fui tratto dalla mia cella di reclusione, e condotto al parlatorio; - ivi mi attendevano due signori, vestiti in borghese, che sulle prime non riconobbi, ma fissatili meglio, ed al loro accento tedesco, non tardai a ravvisare in essi quei due medici militari coi quali avevo avuto quello stringente colloquio il 31 marzo dei 49, nell'ospedale di S. Eufemia. Dopo che m'ebbero ben squadrato e scambiateci alcuni frasi insignificanti, - si accomiatarono da me, stringendomi la mano.

Il giorno seguente si ripetè la stessa scena con una terza persona, che non ebbi difficoltà a riconoscere in quel cappellano col quale aveva pure fatto parole il 31 marzo 49 nell'ospizio di S. Eufemia.

Pochi giorni dopo il generale Susan mi faceva accompagnare dal carcere alla sua residenza in via della Pace, e condotto a lui davanti mi disse: che un giorno da bravo giovane aveva salvato 400 dei loro, e che in oggi, un ordine del maresciallo Radetzcky salvava me. - Partite pareggiate soggiunse, - guardarmi per l'avvenire, ora poter andare libero alla famiglia.

Non so se nel conte Radetzcky vi fosso la stoffa del gentiluomo, certo codesto in lui fu un tratto da cavaliere antico.

Questa avventura, - forse avrà interessato mediocremente il mio benevolo lettore (se ha avuto la pazienza di leggerla), ma egli stesso vorrà concedermi, che ebbe qualche interesse per me.


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