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zione dei popoli, mentre si sarebbe combattuta la guerra in Piemonte. Denari ed armi venivano assegnate a tale scopo al Comitato, e quindi sembrava che con tali disposizioni la guerra dovesse essere di buona fede. La maggior parte delle persone che venivano scelte per appartenere a quel Comitato erano in questa credenza, e si sforzavano di diffondere le loro massime politiche a favore del re. Io non vo' con questo far rimprovero a tali persone, perchè anzi il disinteresse ed il fervido amore d'indipendenza che spiegarono nell'assumere questo gravoso incarico, ed i pericoli ai quali si cimentarono le rendono care e benemerite alla patria, nè questa riconoscenza può essere loro negata per l'inganno politico in cui furono avvolti.

Tale era lo stato delle cose, quando Radetzky con un proclama si faceva a vilipendere Carlo Alberto come suo nemico, ed annunciava alla Lombardia la guerra che andava ad intraprendere contro di lui in Piemonte. Quel proclama per gli Albertisti era documento irrefragabile della incrollabile fede del re alla causa d'Italia; ma coloro che senza acciecamento lo commentavano, lo trovavano uno stratagemma politico onde i popoli prestassero cieca fede a colui che li doveva tradire; e ravvisavano che, ove veramente Radetzky avesse voluto infamare il nome di Carlo Alberto, e rendere diffidenti i popoli verso di lui, avrebbe scoperte ben altre macchie anzichè annunciare come colpe e delitti azioni che in faccia alla Lombardia lo avrebbero dimostrato un eroe. Gli stessi Albertisti, infatti, davano dell'incauto a Radetzky, perchè, coll'intenzione di vilipenderlo, avesse fatto l'elogio di Carlo Alberto; non eransi ancora accorti che il vecchio maresciallo aveva più malizia volpina che dessi capacità politica di conoscerlo.


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